Bongo bongo torna al Congo

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Un gruppo jodel di Appenzello esterno è sotto l’occhio del ciclone per un video che il coro avrebbe pubblicato. Nel filmato, si vede il gruppo che canta, con un tizio dalla faccia dipinta di nero, i ricci e un gonnellino di paglia col tamburo che gironzola intorno.

Si resta oggettivamente allibiti. Difficilmente negli ultimi anni, dove la sensibilità verso le altre persone e le loro culture sono aumentate, abbiamo assistito, se non a bella posta, a immagini del genere. Immagini che ricalcano in maniera fedele, sia le prese in giro della famigerata e teatrale blackface statunitense, dove i bianchi impersonavano il ruolo dei neri dipinti in viso, sia la retorica fascista dell’impero, che durante l’invasione dell’Etiopia, rispolverava tutti i più beceri stilemi razzisti e coloniali. 

Ma quelli erano altri tempi e quegli atti non solo erano tollerati, ma facevano pure ridere. D’altronde nessuno si preoccupava più di tanto della sensibilità dei libici o degli etiopi, figuriamoci quanta considerazione avevano i figli e nipoti degli schiavi negli States.

Ora io non voglio fare il bacchettone. Il leader del gruppo, Marcus Nef, cade dalle nuvole: «Volevamo dimostrare che le persone possono essere unite attraverso le culture. Iniziamo con una canzone appenzellese, poi sale sul palco un’altra cultura e facciamo musica insieme. Non intendevamo essere paternalistici»

Voglio fare il buonista e credergli. Allora però, questi signori hanno un serio problema. Capire dove vivi, cosa succede nel mondo, essere attento non solo alla tua di cultura, ma pure a quella degli altri, è un dovere. Non un dovere dettato dal buonismo o dal politically correct, ma semplicemente volto a evitare conflitti e vessazioni che troppo spesso in passato hanno insanguinato la terra. 

Che un camerunese abbia lo stesso diritto di esistere e di avere rispetto di uno svizzero è un dato di fatto. È una questione di logica. Per lo stesso motivo per cui non entro in una moschea con gli scarponi inzaccherati di fango mangiando costine, evito di rappresentare un africano con uno stereotipo che lo fa assomigliare a una scimmiesca caricatura del secolo scorso. 

D’altronde gli africani non mangiano più i missionari nei pentoloni e non girano con la sveglia al collo da un bel pezzo. Era il 1947 quando Nilla Pizzi Cantava Bongo Bongo (tratta da “Civilization” di Bob Hilliard e Carl Sigman)prendendo in giro il “bovero negro” ignorante o Casadei nel 1963 ci allietava l’estate con i Watussi. (ascolta qui sotto)

Se io credo a Nef, lui ha comunque un problema. Perché se vuoi veicolare, come detto da lui stesso: «una meravigliosa miscela di cultura appenzellese e africana», allora inviti un musicista africano, e insieme suonate e cantate la vostra canzone, un melting pot che potrebbe davvero dare dei risultati interessanti. Non prendi uno dei tuoi, lo dipingi di nero, gli metti il gonnellino e gli dai in mano un bongo, perché allora vivi veramente al di fuori dal mondo. 

Per cui si possono anche accettare le tue scuse e quelle del gruppo, ma una seria disamina del vostro modo di percepire culture esterne a quello dello jodel appenzellese va fatta.

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