Brasile, Lula e poi

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Il Brasile ha scelto. Dal responso delle urne, seppur per un soffio, è uscito vincitore Luiz Inácio Lula da Silva detto Lula. Si tratta quindi di un ritorno al passato, ma anche della fine della presidenza Bolsonaro. Ex militare nazionalista, fascista e omofobo, Jair Bolsonaro è stato l’esempio perfetto di come l’estrema destra possa riuscire nell’impresa, arrivando a governare un paese dalle mille contraddizioni qual è il Brasile. Dove, solo lo scorso anno, sono stati registrati più di 40’000 omicidi. Alla criminalità e alla violenza vanno poi sommate l’enorme disoccupazione, la mancata crescita economica degli ultimi anni, l’estrema povertà di una fetta della popolazione, l’inflazione e perfino la fame. Un humus perfetto per far attecchire la gramigna delle nuove destre, pronte a riportare ordine nel caos a colpi di Dio, Patria e Famiglia.

Ciò che il neopresidente Lula dovrà fare sarà soprattutto ridare ossigeno alla democrazia di una nazione che esce con le ossa rotte da questi ultimi quattro anni di governo Bolsonaro. Dalla gestione fallimentare dell’emergenza Covid alla guerra alle comunità indigene, passando per il negazionismo climatico e l’attacco ai diritti delle minoranze. Fra le tante perle che hanno contraddistinto il pensiero politico di Jair Bolsonaro va di sicuro ricordata la proposta del 2008. Come risolvere il problema della povertà? Attraverso la sterilizzazione dei poveri.

Oppure ancora riguardo all’omosessualità ha detto: “sarei incapace di amare un figlio omosessuale. Non sarò un ipocrita: preferirei che mio figlio morisse in un incidente piuttosto che presentarsi con un tipo con i baffi”, aggiungendo che “Se vedo due uomini che si baciano per strada, li uccido”. Giusto per non lasciar dubbi riguardo al suo pensiero in merito alla questione. Ma questa dichiarazione è solo una delle tante che ci hanno fatto capire come il modello incarnato da Jair Bolsonaro, un leader razzista, antidemocratico, affarista, misogino e omofobo sia oggi più diffuso che mai.

Berlusconi, Trump, Bolsonaro, Orban, sono solo la punta dell’iceberg contro il quale le democrazie occidentali sono andate a cozzare. Leader politici espressione di una società che vede in loro il messia oppure il castigamatti di turno, colui che è in grado, anche con provvedimenti al limite della legalità, di riportare all’antico splendore ciò che oggi ha smesso di brillare. Un’impresa tanto vano quanto pericolosa, innanzitutto perché irrealizzabile. Non è vivendo con lo sguardo rivolto al passato che si affrontano le sfide del presente o si creano le basi di un futuro meno incerto.

L’unico argine, almeno per ora, sembra essere quello opposto da figure non proprio di primo pelo. Così, se Joe Biden di anni ne ha 79, Lula lo segue a ruota con i suoi 77. Insomma, che qualcosa non funzioni più nel gioco democratico fatto di regole e di alternanza, è un fatto. Soprattutto se, com’è accaduto negli Stati Uniti, alle ultime presidenziali, negli Stati Uniti, l’alternativa era fra un antidemocratico reazionario e un avversario oggettivamente un po’ rincoglionito dal peso degli anni. Se il meglio di ciò che siamo in grado di esprimere è questo, il peggio, temo debba ancora arrivare.

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