I giovani leoni di Gaza

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“La fossa dei leoni e altri gruppi palestinesi sono sempre più un grattacapo per Israele e Autorità palestinese” titola il “Jerusalem Post” questo 14 ottobre.

Sia l’entità sionista che (ciò che rimane) dell’autorità palestinese in questi mesi si stanno confrontando con la prospettiva di una rivolta armata nella west bank. Una rivolta guidata da gruppi piccoli, decentralizzati e largamente dominati dalla gioventù – proprio come la “fossa dei leoni”. O la “brigata Nablus”, o ancora la “brigata Jenin”.

Il Jerusalem Post parla di “grattacapi”, ma sia per Tel Aviv che per Ramallah la situazione è ben più seria. Se questo fenomeno continuasse a crescere, potrebbe minacciare l’esistenza stessa dell’autorità palestinese e costringere Israele ad agire in modo decisivo.

L’esercito palestinese si è adoperato largamente per sradicare l’influenza di questi gruppi ribelli, ma sono stati ottenuti risultati inconcludenti per quanto riguarda le indagini sulle origini del fenomeno e sul livello di influenza che esercita tra la popolazione. 

In una recente intervista per il giornale “Yedioth Ahronoth”, il ministro della difesa Israeliano Benny Gantz ha affermato che si tratta di gruppi con “al massimo una trentina di membri” che saranno “scovati e eliminati, prima o poi”.

Il modus operandi di questi gruppi è piuttosto condiviso; tendono ad agire in risposta e rappresaglia alle uccisioni extragiudiziarie da parte dei militari israeliani che occupano le loro città. La fossa dei leoni in particolare vanta già due vittime: due membri delle truppe d’occupazione, uccisi a Shuafat e a Nablus. In risposta, il governo sionista ha completamente sigillato il campo profughi di Shuafat – una forma di punizione collettiva apprezzata e ampiamente praticata dalle forze israeliane. 

Ma la situazione è in continua escaltion, e i media israeliani riportano che “svariate migliaia” di soldati sono stati schierati nella west bank per contrastare l’influenza di questi piccoli nuclei armati di resistenza – una risposta in forze per “al massimo una trentina di membri”.

Dal canto suo, l’autorità palestinese ha tentato di riapplicare la stessa strategia utilizzata nei confronti delle brigate Fatah Al Aqsa; un documento di resa in cui viene offerto ai guerriglieri un posto come soldati regolari agli ordini di Ramallah. Numerosi gruppi hanno rifiutato apertamente questo tipo di apertura, considerata un “tradimento” da parte di un’autorità palestinese che sembra più preoccupata di compiacere Israele che non di curare gli interessi del suo popolo.

Un ufficiale palestinese anonimo avrebbe rivelato a “Media Line” che “le strade non si fidano più di noi” e “ci vedono come un’estensione del governo israeliano”.

La west bank sta cambiando, rapidamente. Adesso ci vive una nuova generazione, una generazione che non ha vissuto in prima linea la seconda intifada (2000-2005), che non aveva vissuto l’invasione israeliana ma è cresciuta sotto il governo d’occupazione. Una generazione nata oppressa, che vive dei ricordi della resistenza di un ventennio fa. 

A giudicare dal discorso politico, dai canti e dai simboli usati da questi gruppi, il “fronte” sembra molto più unificato questa volta. Viene enfatizzata l’unità della causa palestinese di fronte alla frammentazione politica, religiosa e tribale degli anni passati. Quanto scoperto finora su questi gruppi suggerisce che, per la prima volta è nato un movimento capace di unire combattenti di Hamas, Fatah e altri in un’unica formazione. Questo spiega l’entusiasmo da parte palestinese e la fiducia nei confronti dei neoguerriglieri.

In un’intervista sempre per Yedioth Ahronoth, un ufficiale militare israeliano ha descritto l’atmosfera che si respira a Jenin, città vittima di varie incursioni e uno degli epicentri di questa nuova resistenza palestinese:

“Quando entriamo, combattenti armati ci aspettano dietro ogni angolo. Tutti sono coinvolti. Chi non ha armi lancia sassi o bombe. Guardi a un anziano e ti chiedi… mi lancerà una pietra o no? E te la lancia. Una volta ho visto una persona che non aveva niente da lanciarci addosso. È corsa fino alla sua auto, afferrato un cartone di latte e ci ha lanciato quello”.

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