Tachicardia da aspettative

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Leggendo la storia della “studentessa dei record”, laureata con ben 11 mesi di anticipo in medicina, mi è venuto il batticuore (neanche a farlo apposta, visto il tema). Il fattore ansiogeno non sta nella vicenda – parecchio fumosa – in sé, ma nel come è stata raccontata e nel messaggio trasmesso.

Questa esaltazione del dover bruciare a tutti i costi le tappe di un percorso; il dover eccellere in tutto; la contabilizzazione ossessiva del tempo, nonché lo “spaccio” della retorica “se vuoi, puoi fare tutto, nulla è impossibile” sono tutte narrazioni estremamente tossiche. Tossiche perché non fotografano la realtà dei fatti e contribuiscono solo ad annullare tutto ciò che non si conforma all’esempio portato. Hai bocciato? Ci hai messo più tempo? Hai cambiato percorso? O, semplicemente, sei rientrato nei tempi previsti? Beh, spiace, ma non vai bene. Sei pigro, lento, sbagliato. Sei “out”.

«Non ho perso tempo, non perdo mai tempo. Mi aiuta poi il fatto di dormire poco, per me il sonno è tempo perso», dice Carlotta – così si chiama la ragazza – a chi la interroga (Corriere della Sera) sul “segreto” del suo successo. E ancora, riguardo al fatto di avere amicizie o, perché no, un ragazzo: «Un fidanzato, non ce l’ho e non l’ho mai avuto. Non è una chiusura mentale ma ritengo che avere una persona a fianco significhi dedicarci del tempo e quindi ne deve valere la pena». Insomma c’è chi si domanda se ha tempo o meno per occuparsi di un cane, un gatto, magari anche un pesce rosso e poi c’è Carlotta che si chiede la stessa cosa… ma per altri esseri umani.

Ma il fattore tempo torna anche nel contesto lavorativo, perché infatti la cosa si estende anche ai pazienti stessi: «Sto pensando a cardiologia perché il cuore è il centro di tutto. Se si ferma è la fine. Penso al paziente che arriva con l’infarto e tu puoi ridargli la vita. Salvi una vita e il risultato è immediato». “Risultato immediato”, della serie che uno, dopo un infarto non può, con la dottoressa Rossignoli, permettersi un periodo di convalescenza perché… beh, è tempo sprecato.

Ora, la butto sul ridere ma so cosa significa non chiudere occhio per una notte intera. Poi due. Poi tre. Poi una settimana. Poi un mese. Poi mesi. E so gli effetti di tutti questi “poi” e di tutte queste notti in bianco passate a fare la funambola, in equilibrio su una corda tesa fra salute mentale e fisica. E quando quella fune si spezza, lo posso assicurare, la caduta è molto dolorosa.

Proprio per questo mi sale l’ansia, letteralmente, per queste operazioni simpatia di storie “estreme” spacciate per “eccezionali”.

Perché se è vero che il ruolo dei media non è quello di fare i pedagogisti o i moralisti, è altrettanto vero che non si deve perdere la lucidità nel raccontare una notizia. Notizia che non c’è.

E qui arriviamo al secondo punto. In questo caso non ho più il battito del cuore accelerato. No, peggio. Qui mi schizza la pressione a 180. Perché dopo che è stata diffusa la notizia della “studentessa dei record”, con tanto di interviste eccetera, c’è stato chi ha iniziato a porsi qualche domanda. C’è stato chi ha scavato un minimo e ha scoperto che i fatti sono differenti da come sono stati presentati in principio. E allora è scattata l’operazione “ripuliamoci” dalla brutta figura.

Come? Con editoriali – lasciatemelo dire, un poco paraculi – in cui si afferma che questa voglia di delucidazioni da parte della gente (e dei compagni di corso della giovane) sia frutto dell’invidia, scomodando il sessismo, la gogna mediatica e l’antico odio verso i ricchi, oggi definiti “piccoli borghesi”.

Gramellini, sempre Corriere della Sera, arriva a citare Montanelli: “Quando un italiano vede passare una macchina di lusso, il suo primo stimolo non è averne una anche lui, ma tagliarle le gomme.”

Ecco, volendo rispondere restando sul pezzo, io dico che il problema qui non è la gente rosicona; è il fatto che il Corriere della Sera (così come altre testate) ha spacciato un’utilitaria per una Testarossa. E questo può capitare solo quando il/la giornalista pende dalla labbra dell’intervistato, senza porsi domande o fare qualche verifica.

Ma per verificare una notizia serve tempo e, in questa triste storia, non c’è solo Carlotta a giudicarlo uno spreco.

Di Shila Dutly Glavas

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