Ticino, un tappeto che si sfilaccia

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Ma davvero ci credevate? Alle piazzate di Morisoli e compagnia? Molti di voi hanno votato per il pareggio di bilancio (56% di sì a maggio di quest’anno). Un pareggio che chiede sacrifici, inutile girarci in giro, ai meno fortunati. Un pedaggio che, nascosto dietro il rigore dei conti, significa solo una cosa: togliere ai poveri quello che permette loro di tirare avanti.

Un pareggio che ora, come al solito, sembra all’orizzonte non in tre anni ma oggi, con due anni di covid dietro al sedere. Le famose cifre nere, che come in un copione scritto da decenni e sempre uguale, servono da spauracchio per fare sgravi ai ricchi e penalizzare i poveri, sono molto più vicine di quanto si pensasse.

Ho parlato di poveri? Sì e rompiamo anche questo tabù. Quando non dormi la notte perché non sai cosa farai l’indomani, quando non sai che fatture pagare per prime, che sussidi forse riuscirai ad avere, quando non sai neanche cosa mettere in tavola e devi elemosinare qualcosa presso associazioni benefiche che hanno visto vertiginosamente aumentare il loro lavoro, sei povero. 

E i poveri, grazie agli aumenti inusitati delle casse malati e all’aggravarsi della crisi finanziaria sono sempre di più. E neanche la famigerata classe media, che sta rischiosamente diventando medio-bassa, si ritrova in situazioni che fino a ieri erano se non impensabili, perlomeno improbabili. Basta poco: un licenziamento, un capovolgimento di fortuna, un problema improvviso, per scivolare fuori dalla classe media come un mollusco sgusciato.

13,5 sono i milioni di disavanzo, inezie per il Ticino che ha un gettito fiscale di quasi un miliardo e mezzo (dovremmo ricordarcelo ogni tanto) a fronte dei 135 preventivati. Una riduzione di più del 90%. Potremmo scusare le finanze cantonali e chi le dirige: il momento è difficile, guerra, crisi, covid, hanno reso difficile fare conti precisi. Potremmo scusare il dipartimento finanze se non fosse la solita storia dai tempi di Marina Masoni, dove si sventolano costantemente le cifre rosse che poi rosse non sono quasi mai. Questo mantiene il “popolo” in una costante ansia di non avere abbastanza soldi, di dover pagare troppe tasse, di veder dilapidate le risorse di una stato che è visto sempre più come un nemico.

Scordando che lo stesso stato paga le scuole, la polizia, gli ospedali, ed elargisce sussidi a chi non ce la fa (finché una bella torma di ticinesi imbobinati da Morisoli non decise il contrario tagliandosi le gambe da sola).

Una musica stantia e retorica, che sentiamo ormai da decenni. Una sinfonia che ha portato e porterà, sempre di più, a tirare una coperta piccola e striminzita, dove la parte buona dello stato sarà costretta a fare scelte dolorose. A pagare saranno i meno abbienti, i malati, chi ha difficoltà di salute psichica o relazionale, insomma, quella variegata frangia di chi, per i motivi di cui parlavamo sopra, ormai fatica a farcela. 

Una frangia che ormai, se andiamo avanti così, diventerà più lunga del bel tappeto persiano in cui si intessono trama e ordito di ricchi borghesi e aziende voraci, sostenuti da gente come Sergio Morisoli. 

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