Il cammino della speranza

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Il cammino della speranza, di Pietro germi, è un film datato. Un film del 1950 quando il neorealismo italiano, liberatosi degli orpelli dell’ipocrisia borghese e fascista, raccontava al mondo le condizioni di un’Italia allo stremo, lacerata da ingiustizie e dolore. 

Il cammino della speranza, racconta di una famiglia di minatori siciliani, che cerca di espatriare clandestinamente in Francia e che con la complicità di un passatore tenta di attraversare le alpi in inverno. 

Il gruppo viene investito dalla bufera, uno di loro muore assiderato ma gli altri riescono a varcare il confine e le guardie che li intercettano, commosse da tanta miseria, li lasciano andare.

Ma è roba di 70 anni fa. Roba che ci dovrebbe fare un po’ vergognare, perché alla miseria non veniva data voce, perché i poveracci in fondo sono come le briciole nelle scatole dei biscotti di natale, non se li fila più nessuno. 

Tanti decenni sono passati da quel film, e abbiamo anche scavallato il secolo entrando nel ventunesimo. Ora tutto va meglio no? Ora è successo quello che vaticinava Lucio Dalla in “l’anno che verrà”.

“…Sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno

Ogni Cristo scenderà dalla croce

Anche gli uccelli faranno ritorno

Ci sarà da mangiare e luce tutto l’anno

Anche i muti potranno parlare

Mentre i sordi già lo fanno

E si farà l’amore, ognuno come gli va

Anche i preti potranno sposarsi

Ma soltanto a una certa età…”

O forse no. Magari si chiamava Karim, o Hamed o Omar, nomi comuni nell’Egitto dal quale proveniva. Aveva vent’anni e scusate, ma a me questa età lascia sempre qualcosa. I vent’anni sono simbolici, sei adulto ma hai ancora fame di bambinitudine. Sai fare l’amore ma giochi ancora coi tuoi amici a ruzzolarti in mezzo alla polvere. Insomma, i vent’anni sono quelli che si ricordano, che ci rimangono nel cuore. O almeno succede se un cuore ancora ce l’hai e non si è congelato fuori dalla stazione di Bolzano.

Quattro righe e mezzo concede tg24 sky, testata online italiana di informazione alla morte di un migrante senzatetto, morto di gelo in una crudele notte bolzanina. 

“A Bolzano un giovane senzatetto è morto di freddo nel suo riparo di fortuna nei pressi della stazione ferroviaria della Fiera, in zona industriale. L’allarme è stato lanciato questa mattina da alcuni compagni. Sul posto sono intervenuti l’ambulanza con il medico d’urgenza e la polizia, ma per il ragazzo (che aveva trascorso tutta la notte al gelo) non c’è stato nulla da fare.”

Noi che siamo gente delle alpi, sappiamo quanto può mordere e avvelenare il freddo a una certa quota. E anche se Bolzano non è così in altitudine, l’aria delle valli buie e gelide scende in basso a sfiorare i tetti delle case e a depositarsi tra i vicoli.

Karim, o Hamed o Omar è morto di freddo in una notte del nord Italia. Aveva vent’anni, e di lui non sappiamo niente di niente, e questo è vergognoso. Esseri umani che scompaiono nel vorticare dei fiochi di neve e che pagano il pedaggio di una migrazione con poche speranze. 

Ogni Natale c’è un morto a ricordarcelo, ogni Natale c’è una storia di intirizzita miseria che ci si attacca come una sanguisuga. Ed è giusto così, perché noi siamo quelli che mangiano le briciole sul fondo della scatola dei biscotti, conoscendo il loro valore. Mio nonno diceva: “anche le briciole sono andate sulla bilancia”. 

Una bilancia della vita, in cui non tutti hanno però lo stesso peso.

Buon Natale Gente.

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