Il lato oscuro del label UNESCO

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Noi ticinesi siamo ben famigliari con l’UNESCO, l’organizzazione ONU adibita a proteggere ciò che viene considerato patrimonio culturale dell’umanità. Ne abbiamo di siti protetti dall’UNESCO, dai castelli di Bellinzona alla processione della Settimana Santa di Mendrisio. Ma i nobili propositi dell’UNESCO hanno un lato oscuro, una serie di effetti collaterali che rischiano di compromettere l’operato dell’intera organizzazione. 

Facciamo un passo indietro: nel 1972, con l’adozione della “convenzione sulla protezione dell’eredità storica e culturale umana” da parte delle Nazioni Unite, UNESCO stila una lista dei siti considerati di estremo valore. 

Questa lista oggi contiene oltre 1000 siti, ma ancora più grande è la lista di ciò che viene chiamato “patrimonio intangibile” – Danze, costumi, usanze, conoscenze e tutto ciò che non è un sito fisico. Questa decisione venne presa per “bilanciare” la protezione offerta dall’UNESCO, dato che ci si rese rapidamente conto che la stramaggioranza dei siti sulla lista originale erano collocati in Europa. L’apertura al riconoscimento e protezione a patrimoni più intangibili ha permesso di “valorizzare” ad esempio il continente africano, penalizzato da una tradizione culturale più “effimera” rispetto al monumentalismo occidentale. 

E fin qui tutto bene, no? Beh, non proprio. 

Il primo problema sta nel modo in cui la protezione e il mecenatismo UNESCO dovrebbero funzionare: se un sito viene riconosciuto come degno di protezione, allora UNESCO potrà allocare risorse finanziarie ONU al governo a cui “appartiene” il sito. 

Questo ha rapidamente iniziato a fare gola a molte nazioni, bisognose del prestigio e dell’aiuto economico che UNESCO può dare. L’organizzazione non può garantire che i fondi elargiti siano gestiti in modo onesto o finiscano effettivamente al sito, portando a uno status quo in cui tali fondi finiscono spesso “dispersi” tramite corruzione e quant’altro. 

Per quanto riguarda il tema prestigio, gli sviluppi negli ultimi tempi non hanno aiutato: aver ampliato la definizione di “patrimonio culturale” a pressoché qualunque cosa (come l’arte di fare i muretti a secco tipica delle nostre zone o i disegni sulla sabbia praticati in alcune isole del pacifico) ha fatto sì che il prestigio della targhetta UNESCO sia calato di molto.

Un altro grande problema sta nella pubblicità che tale riconoscimento dà a un certo sito. Normalmente un bene se si tratta di promuovere l’importanza culturale di un sito trascurato, ma spesso ha avuto effetti detrimentali al benessere del sito stesso. In alcuni casi il riconoscimento ha portato un afflusso di turismo che ha generato ulteriori costi di manutenzione.

In altri casi, il riconoscimento UNESCO ha messo un vero e proprio bersaglio su alcuni siti. Come nel caso dei Buddha di Bamyian in Afghanistan o il tempio di Ba’al a Palmira, entrambi demoliti rispettivamente da talebani e isis. Secondo Fredrik Rosen dell’università di Cambridge, l’intervento dell’UNESCO ha reso ovvio ai Jihadisti quali siti fossero particolarmente significativi e quindi degni di essere distrutti. “Un’organizzazione terroristica non ha le competenze storico-culturali per identificare i più importanti e simbolici monumenti ad altre religioni, ma fortunatamente UNESCO ha fornito loro una lista”.

In questi casi è venuta a galla un’altra lacuna dell’UNESCO, ovvero la sua effettiva impotenza quando si tratta di proteggere fisicamente dei patrimoni, tangibili o meno. Non solo da attacchi terroristici, ma anche dall’essere semplicemente dimenticati. 

A conti fatti, l’intervento UNESCO è spesso goffo e poco lungimirante, oltre che a fornire fondi e protezione che, per la maggior parte del mondo, esistono solo su carta.  

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