Vanatu in fondo al mar

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Vanatu in fin dei conti è uno staterello: 12’000 abitanti, 4 isolette, 26 km quadrati di sabbia bianca e palme. 26 km quadrati sono poco più della superficie di Locarno.

“Le alghe del tuo vicino ti sembran più verdi sai,Vorresti andar sulla terra, non sai che gran sbaglio fai.Se poi ti guardassi intornoVedresti che il nostro marè pieno di meraviglie,Che altro tu vuoi di più!In fondo al mar! in fondo al mar!Tutto è bagnato è molto meglio credi a me! (…)”

Cantava il granchio Sebastian nel celebre cartone animato della Disney “La sirenetta”. Il mare era allegro, un bel posto dove abitare tra alghe e anemoni. Ma noi non siamo granchi e nemmeno sirene. Le uniche sirene che sentiamo ora sono quelle che urlano incessantemente il loro allarme.

Ma troniamo a Vanatu. Immaginatevi Locarno e intorno l’oceano pacifico, che dal turchese degli atolli si perde nella vastità color cobalto. Vanatu è uno stato indipendente ma ormai condannato. Non fra un secolo, non fra cinquant’anni. La sua condanna è a termine, pochi decenni, forse meno e le isole che compongono l’atollo saranno inabitabili. 

Non è solo una questione di innalzamento dei mari, comunque letale per queste striminzite terre emerse, che sovrastano l’acqua di pochi metri. Si tratta anche delle falde acquifere e delle maree. Le prime vengono contaminate dall’acqua salata, i secondi vengono resi sterili dalle mareggiate che depositano il sale sul terreno.

Una lenta agonia, che vede le isole come cetacei insabbiati il cui unico destino è essere cibo per gli uccelli e che vedono le loro ossa sbiancate dal letale seppur meraviglioso sole dei tropici.

Intorno altri atolli attendono la loro condanna, che invece è procrastinata fino a fine secolo: Fiji, la Nuova Caledonia e altre isole, la cui unica colpa è non avere nemmeno un’altura dove andare a rifugiarsi. Pochi giorni fa c’è stato il COP 27, l’ennesima conferenza sul clima che però non ha dato risultati decorosi se non l’intento di creare un fondo per i paesi poveri in vista dei cambiamenti climatici e dei disastri che si dovranno affrontare. “Loss and Damage”, ovvero “perdite e danni” dovrebbe diventare il salvadanaio a cui attingere ( e ce ne vorranno a iosa di miliardi) per compensare almeno parzialmente i milioni di persone che saranno colpite duramente dal disastro climatico. Tuttavia, per la decisione di tutti i dettagli tecnici di tale fondo, a partire da chi lo finanzierà a chi saranno destinate le risorse, si dovrà attendere agli esiti delle trattative che saranno condotte nel corso del 2023.

E l’orologio ticchetta inesorabile. Era il 2021, al COP 26, che il ministro degli esteri di Vanatu, aveva lanciato un appello alla comunità internazionale, parlando al microfono in giacca e cravatta ma con i piedi a mollo nel suo oceano. (guarda qui sotto) 

Un aiuto che era stato chiesto a più riprese da Vanatu e dai paesi più poveri, che devono far fronte a un global warming che è stato causato principalmente dai paesi ricchi nei decenni passati. 

D’altra parte i risultati della conferenza mondiale sul clima sono stati come al solito tristi e deludenti, non si è riusciti a trovare un accordo sulla riduzione di emissioni e nemmeno sulla graduale uscita dalle energie fossili. Frans Timmermans, vice presidente della Commissione europea, forse la regione del mondo con più coscienza in merito al disastro imminente ha dichiarato infatti: “Sulle riduzioni delle emissioni abbiamo perso un’occasione e molto tempo, rispetto alla COP26. La soluzione non è finanziare un fondo per rimediare ai danni, è investire le nostre risorse per ridurre drasticamente il rilascio di gas serra nell’atmosfera”.

Per la serie: inutile creare un fondo per tappare buchi di una situazione che non vogliamo affrontare. A questi livelli, è come pagare le continue toppe sulla fiancata della barca quando l’intero scafo sta marcendo. Quell’asticella dell’aumento di 1,5 gradi medi, è terribilmente vicina e si appropinqua vertiginosamente ed esponenzialmente. Cosa succederà di preciso non lo sa nessuno, una certezza purtroppo emerge sempre più urgente da queste quasi inutili conferenze: quando decideremo di agire, sarà molto probabilmente troppo tardi.

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