A vent’anni da Genova, ma sembra ieri

Sono trascorsi vent’anni dalla mattanza consumatasi a Genova in nome delle istituzioni. Compiuta dalle forze dell’ordine, in occasione del G8. Vent’anni da quell’orrore, da quella violenza in uniforme che, pur avendo soffocando nel sangue la protesta, non è riuscita a cancellare le domande di allora. Urgenti vent’anni fa come oggi. Per chi come noi era spettatore allora, proprio come ora, di un progressivo e inarrestabile deterioramento dei diritti umani fondamentali. Economici, sociali e culturali.

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Giulia e il peso della colpa

C’è chi fugge. Chi, dopo aver provato un incidente, tenta la fuga. Smarcandosi dalla realtà. Come a volersi immediatamente scrollare di dosso la colpa, cancellando così quel che si è fatto. Dribblando le proprie responsabilità. Quante volte lo abbiamo letto nelle pagine di cronaca. E ogni volta tutti quanti a incendiarci di rabbia per quell’ingiustizia che si fa doppia. Con la beffa che si somma al danno. Poi però ci sono storie tragiche, ammantate di un dolore che non si cancella, di chi quel senso di colpa non riesce proprio a superarlo. È il caso di Giulia che due anni fa investì un uomo uccidendolo. E due anni dopo si è tolta la vita.

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Gobbi, la RSI e l’autocritica

Bisogna ammetterlo, con l’arrivo del gran caldo diventa tutto un pelino più difficile. I nostri nervi sono messi doppiamente alla prova. E tirare le linee da un punto all’altro per capire qual è il disegno che ci sta dietro è un po’ meno semplice, ma non per questo meno necessario. Soprattutto quando in ballo c’è la realtà dei fatti. E così venerdì sera, al Quotidiano, ha finalmente detto la sua, sulla faccenda dell’Ex Macello di Lugano e sulla sua parziale demolizione non autorizzata, anche chi è a capo del Dipartimento delle istituzioni.

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Che Macello, bambini venite parvulos!

Zitti e buoni. Come si fa a rimanerlo dopo che ti hanno piallato casa. Demoliscono a colpi di ruspa il tuo rifugio sull’albero. E come vuoi che ci rimani. Forse all’inizio come un pugile suonato, ma poi reagisci. Ti rialzi. Provi a fare gioco di gambe. Fly like a butterfly, sting like a bee. Te lo dici fino a convincerti. Nel frattempo però scopri che già alle 17.50 di quel sabato sciagurato, prima che l’occupazione dell’ex istituto Vanoni andasse in scena – cioè la ragione per cui Borradori, Valenzano Rossi e banda decidono di scatenare l’inferno – la polizia e il vice comandante della Comunale di Lugano, avevano già precettato parte dei ventitré ruspaman che nella notte avrebbero fatto il lavoro sporco. Tirare giù tutto.

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Lugano, la vergogna tra le macerie

Lugano come Israele. Prima sgomberi, poi radi al suolo. Con la violenza delle ruspe fai leva sulla cancellazione della memoria. E in una terra senza memoria, tutto è lecito. Sono solare, entusiasta, determinata, organizzata, estremamente tenace e appassionata. Questo si legge sulla pagina web della municipale Karin Valenzano Rossi a capo del Dicastero Sicurezza e spazi urbani della città di Lugano. Perché le responsabilità della demolizione di parte del centro autogestito il Molino hanno un nome e un cognome. E tra coloro che nelle ore successive al disastro hanno cercato di dare senso all’insensatezza, giustificando la violenza istituzionale avallata dalla maggioranza del Municipio, c’è proprio lei. L’ultimo acquisto fatto dalla città insieme a Filippo Lombardi.

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Federalismo a pezzi? Non per Berset

Si è tenuta nei giorni scorsi nel cantone di Basilea Città la sesta conferenza sul federalismo. Nel corso di quest’appuntamento che si svolge ogni quattro anni, com’era del resto prevedibile, si è cercato di chiarire, di fare il punto sullo stato di salute dell’assetto politico e amministrativo che ci caratterizza, che ha reso la Svizzera quella che è. E tra gli ospiti che hanno tessuto le lodi del modello confederale elvetico c’era anche il Consigliere federale Alain Berset, secondo cui la pandemia ha rafforzato il federalismo. Ma è davvero andata così?

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Dopo il Caffè, l’amaro del Corriere

Il Padre, il figliolo e lo spirito deontologico di ogni buon giornalista del Corriere “esprimono il proprio rammarico”. Sì, ne hanno ben donde. Perché le critiche fioccate da più parti e in particolare dai soliti noti, a loro dire, sono state francamente “ingenerose”. Del resto la tirchiaggine della carta stampata nostrana in fatto di complimenti è nota. Eppoi, diciamocelo, ma quanto è bello leggere di una polemica tutta nostrana, tutta cantonticinese, in cui i pochi giornali ormai rimasti si fanno le pulci? Chi l’avrebbe mai immaginato che una roba del genere potesse accadere qui da noi, in un triangolo di terra grande quanto un francobollo?

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Per una Svizzera senza figli

In Svizzera le donne fanno sempre meno figli e li fanno sempre più tardi. In media sono 1,52 figli. Un figlio e mezzo per mamma. La Svizzera è nel gruppo di Paesi con una media bassa di figli, poco al di sotto di quella europea, davanti a Italia e Spagna, ma dietro a Paesi quali Germania e Francia. Più d’una le ragioni di questa bassa natalità. Molte donne rinunciano ad avere un figlio dando la precedenza all’istruzione e alla carriera o perché non hanno ancora trovato il compagno ideale per fare il grande passo.

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Joe Biden, anche i ricchi paghino

In campagna elettorale, Donald Trump, gli aveva affibbiato il nomignolo di sleepy Joe. Joe l’addormentato. Eppure, nei primi cento giorni da presidente degli Stati Uniti, non si può certo dire che Joe Biden abbia dormito della grossa. Anzi. E lo ha dimostrato coi fatti. Con il successo della campagna vaccinale. Con l’annuncio, l’ultimo in ordine di tempo, di un piano a sostegno delle famiglie da ben 1’800 miliardi di dollari che andranno a sommarsi agli oltre 4’000 miliardi già annunciati in precedenza. Un colossale investimento di soldi pubblici voluto per risollevare il Paese dalla crisi economica innescata dalla pandemia e ritenuto imprescindibile dall’attuale amministrazione. Un progetto al quale anche i ricchi dovranno contribuire.

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