Nirvana, la rabbia giovane

Era il 10 settembre di trent’anni fa quando venne lanciato il singolo “Smells Like Teen Spirit” dei Nirvana, canzone che era anche il brano d’apertura del loro secondo album intitolato “Nevermind”. Un inno alla ribellione che “odora di spirito adolescente”, accompagnato dalle immagini di un video musicale che vede Kurt Cobain, Dave Grohl e Krist Novoselic esibirsi nel bel mezzo di una palestra attorniati da una folla di ragazze e ragazzi. Un video musicale che inizialmente esplose grazie ad MTV e che, oggi, è fra i pochi ad aver superato il miliardo di visualizzazioni su Youtube e di ascolti su Spotify. Tutto ciò è accaduto nel breve tempo di una canzone giocata sull’alternanza di strofa e ritornello, con il ritornello che è il tripudio, la felicità alterata di una festa del liceo e le strofe, invece, l’hangover del giorno dopo.

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Mimmo Lucano, l’accoglienza è un crimine

Dalla gloria alla polvere. La storia, la parabola umana di Mimmo Lucano, dell’ex sindaco di Riace che aveva fatto del “modello Riace” un esempio di accoglienza dei migranti diventato famoso in tutto il mondo, è una di quelle storie squisitamente italiane a cui non ci abitueremo mai. Qualche giorno fa Mimmo è stato condannato a 13 anni e 2 mesi di carcere. Una sentenza che getta nel fango un’icona che aveva fatto dell’accoglienza ai migranti la sua ragione di vita. Una condanna che è soprattutto politica, per essersi macchiato del reato di umanità.

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5G, tra sabotaggi e prudenza

Mentre in Gran Consiglio, la settimana scorsa, si riproponevano discussioni già viste e sentite altrove e il parlamento ticinese bocciava una moratoria sul 5G, dicendo no a un’iniziativa cantonale per chiedere uno stop a livello federale, nelle stesse ore veniva reso noto uno studio che evidenzia come finora, solo in Europa, siano stati quasi 300 gli attacchi contro le antenne 5G. Un numero che si riferisce soltanto ai sabotaggi avvenuti nel 2020, con i picchi più alti verificatisi nel corso dei mesi più pesanti della pandemia.

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Che bel casin col il TiSin

Tutti insieme allegramente in via Monte Boglia 3. Una via di Lugano che, a questo punto, potrebbe benissimo cambiare nome e chiamarsi via Monte Bolgia. Sì, perché allo stesso numero civico, nell’ordine, si trovano: un partito (okay dai movimento che partito fa brutto), un giornale (il domenicale della Lega appunto) e un sindacato. Quel “sindacato” TiSin di cui si parla ormai da qualche giorno in relazione all’infelice contratto di lavoro collettivo siglato da tre aziende del Mendrisiotto, con anche la mediazione dell’organizzazione padronale Ticino Manufacturing. Il solito pasticciaccio brutto brutto scoperchiato di recente, come solo in Ticino se ne vedono.

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Città parassite e la scommessa UDC

Dopo la tirata del primo d’agosto e la fatwa lanciata contro la RSI e il povero Reto Ceschi, Marco Chiesa, il presidente del UDC svizzera, il primo nella storia del partito a ricoprire questo ruolo pur non provenendo dalla Svizzera tedesca, è tornato a battere sullo stesso identico chiodo. Le città, bacino elettorale della sinistra svizzera, sono un covo di parassiti che vivono, spendono e spandono, alla faccia delle zone rurali. In pratica la vecchia storia della cicala che se la gode alle spalle della formichina, facendo evidentemente incazzare di brutto quest’ultima. Così, oggi, l’UDC si ritrova con un nuovo nemico da battere. O da abbattere. Le città.

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Norman, il poliziotto cattivo

Norman Gobbi lo ha ripetuto almeno un paio di volte. L’ha fatto ricordando l’amico e compagno di partito Marco Borradori. Anche prendendo la parola a nome del Consiglio di Stato in occasione delle esequie funebri del sindaco di Lugano. Ma cosa vuol dire che lui è il poliziotto cattivo? E come funziona la tecnica del poliziotto buono e di un altro che invece fa il pezzo di me**a? Sì, perché, forse non tutti lo sanno, ma la tecnica del “poliziotto buono, poliziotto cattivo” è un vecchio trucchetto psicologico usato per disorientare, far crollare e confessare chi è sottoposto, suo malgrado, a un interrogatorio.

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C’era una volta “Generazione 56K”

Per prima cosa va detto che “Generazione 56k” è davvero una gran bella sorpresa. La serie Netflix ideata e co-sceneggiata da Francesco Ebbasta, uno dei fondatori dei The Jackal, il gruppo che ha fatto della comicità intelligente e dell’ironia la propria carta vincente sul web, diverte ed emoziona, raccontandoci di quella generazione di adolescenti che, a metà degli anni Novanta, scoprì internet. “Generazione 56k” è però una serie a sé stante che con lo sciacallo ha poco a che spartire.

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Ho vinto la casa del boss

Il Messico è un paese strano. Messico e nuvole, la faccia triste dell’America. Così cantava Enzo Jannacci. La faccia triste, sì, ma anche insanguinata e corrotta. Perché il Messico è un paese di 126 milioni di abitanti, in cui la violenza è all’ordine del giorno. Dove dal 2006, la lotta contro il narcotraffico si è militarizzata. Da quel momento sono state ammazzate quasi 275mila persone. Nel 2019, in media, si sono contati 95 omicidi al giorno. Ma per ripianare in parte i torti e dare un segnale alla popolazione, il governo messicano ha deciso, con una lotteria, di ridistribuire i beni confiscati a trafficanti di droga e funzionari corrotti.

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Marco Borradori, l’ultima corsa

Cala dunque il sipario. Con la morte improvvisa dell’enfant prodige della politica canton-ticinese. È così, con un colpo di scena del tutto inaspettato, che si chiude l’avventura terrena di Marco Borradori. Sulla cresta dell’onda da ormai trent’anni. Inconfondibile nei modi. Sempre gentile e sorridente. Decisamente a suo agio tra la gente. Un moderato, tanto da risultare fin da subito il meno leghista tra i seguaci del Nano Bignasca. Così almeno all’apparenza. Perché, pur dimostrandosi incline al dialogo e sempre pronto all’ascolto, la sua fede politica non ha mai vacillato nemmeno per un istante. Mai.

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Si fa presto a dire dittatura

Il braccio di ferro tra no vax e green pass si è fatto sempre più serrato. Chi non si è ancora vaccinato oppure non ha la minima intenzione di farlo perché il virus non esiste, è tutta una manipolazione, oppure perché immunizzarsi non serve a nulla e il vaccino che c’inoculano è sperimentale, pericoloso, si sente ogni giorno più costretto in una morsa che lo sta privando della propria libertà. Del proprio diritto alla vita. Nella vicina Italia, a riversarsi negli scorsi giorni nelle piazze al grido di “libertà, libertà” per protestare contro quella che definiscono una “dittatura sanitaria” sono state diverse migliaia di persone. Ma proviamo a capire chi sono.

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