25 novembre. Uomo, parla anche tu!

Violenza maschile: i dati ufficiali dicono che è la prima causa di morte e di invalidità permanente per le donne. Mobilitazioni e manifestazioni sono sacrosante, ma non basteranno ad eliminarla. Se n’è parlato giustamente anche ieri, 25 novembre 2021. A parlare sono state in maggioranza le vittime, nel silenzio e nella latitanza dei carnefici. E di nuovo, piazze, giornali e salotti televisivi ci accolgono e si tingono di rosa.

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Un volo verso l’inclusività

La discriminazione delle donne abita anche nel linguaggio. Sono trascorsi più di 30 anni da quando Alma Sabatini, nelle sue Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua, affermava che “l’uso di un termine anziché di un altro comporta una modificazione del pensiero e dell’atteggiamento di chi lo pronuncia e quindi di chi lo ascolta.” Seppur con lentezza, grazie alla pressione dei movimenti femministi, la declinazione al femminile almeno di determinate professioni è sempre più condivisa. Il linguaggio, creazione culturale per eccellenza, è lo specchio di ciò che una società ritiene importante. Periodicamente tornano alla ribalta stigmatizzazioni quali “le nuove forme sono brutte”, “suonano male”, “si può usare il maschile come neutro”. Il linguaggio non è mai neutrale. Si tratta di una questione seria. Poi se ne può discutere anche al bar, purché con cognizione di causa.

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Marcare la differenza vs poltrone

Un memorabile disastro del bon ton? In realtà io non so che cosa avrei fatto se fossi stata al posto di Ursula von der Leyen. So che, sapendomi donna in un contesto pensato da e per uomini, altro non avrei potuto fare, se non adattarmi a ruoli e spazi pensati al maschile. Ergo accomodarmi sul divano. Ursula, stammi a sentire, lascia perdere le poltrone mancate e libera la mente dalla soggezione ad un contesto che sin qui, con buona probabilità, hai ritenuto essere neutro e che invece neutro non è.

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Otto marzo 2021, tra passato, presente e futuro.

Una scadenza, quella dell’8 marzo, che invita a tornare a ragionare sul femminismo. Su quello decollato in tempi migliori di questi e che ha portato le donne fin qui. Tempi che sono cambiati, ovviamente. Tanto quanto basta perché si possa parlare di un cambio di civiltà. I principali fattori del cambiamento sono noti: la rivoluzione del digitale da un lato, che ha modificato il nostro modo di relazionarci – ciò che rendeva reale il reale non esiste più – e il trionfo del capitalismo finanziario globale dall’altro.

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