C’è del razzismo nell’aria?

“I can’t breathe”. Sembra davvero questo il mantra del nostro tempo. Non respiro, non riesco a farlo. Se per via del caldo, del virus o di un ginocchio piantato sul collo è, tutto sommato, un dettaglio. Paradossalmente la conclusione rimane la stessa. Sia che si tratti di surriscaldamento climatico o di razzismo. Pensiamoci. E la causa pure. George Floyd non sarà l’ultima vittima del razzismo che trasuda dalle nostre società. George Floyd non sarà l’ultimo uomo a essere soffocato a morte dal sistema.

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Quella legge del Covid

Chi ci governa non è come voi e neppure come me. È più come un Harry Potter (era Christian Vitta a immaginarsi come il maghetto, giusto?) munito di bacchetta. E quella bacchetta non è altro che il potere di fare e disfare le leggi. Ma non certo a proprio piacimento andando a zonzo quando a noi comuni babbani (o babbei?) tutto ciò non è consentito. La credibilità delle istituzioni, il loro potere dipende anche dagli uomini che le rappresentano.

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Vietare i fucili d’assalto si può

Chi l’ha detto che in America, dopo aver dovuto fare i conti con l’ennesima strage e con decine di morti ammazzati, è impossibile vietare le armi o imporre un energico giro di vite al possesso e alla vendita di certi modelli micidiali e assurdi? Proprio dai vicini di casa degli Stati Uniti è arrivato un segnale che non lascia più spazio ad alcun dubbi. O scusa. Certe armi da guerra “non servono per cacciare un cervo” ha detto lapidario il primo ministro canadese Justin Trudeau durante l’annuncio della messa al bando dei fucili d’assalto.

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Il futuro è Jacinta?

Di sicuro lo è dei Kiwi, degli abitanti della Nuova Zelanda che hanno come prima ministra Jacinta Ardern. Una donna che ha un fiore per nome e ha saputo distinguersi nel corso dell’emergenza scatenata dalla pandemia globale di Coronavirus. Sono in molti anche al di fuori della Nuova Zelanda a credere che la Ardern abbia dato prova di comando e di leadership nella gestione dell’attuale crisi. Eccome se lo ha fatto. E ci è riuscita anche in maniera esemplare. Ha saputo indicare la direzione da prendere, dare le giuste motivazioni, ma soprattutto ha mostrato fin da subito grande empatia.

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Il vecchio mondo che verrà

Tra le speranze espresse a gran voce da più parti pensando al casino in cui ci ha infilano il Coronavirus c’è quella di ripensare seriamente alla globalizzazione. Un modello idealmente virtuoso, prono però alle logiche capitalistiche, vergognosamente abusato dal mercato, e che di fatto non si è mai pienamente realizzato soprattutto se pensiamo alla mobilità e alla libertà delle persone, sottomesse a ogni tipo di vincolo. Ancora di più in questi giorni di confinamento forzato.

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Se la notizia è ancora il Coronavirus

Perché una cospicua fetta di tutti noi si è stufata delle notizie sul Coronavirus e sull’evoluzione della pandemia? La risposta va probabilmente cercata nel meccanismo che regola il mondo dell’informazione e il ricircolo delle notizie. Pensateci. Dopo due settimane una notizie è ormai vecchia. Logora e consunta. Figuriamoci quindi dopo due mesi. Eppure, malgrado l’aria sia pesantemente viziata, tutto ruota ancora attorno alla diffusione del Covid-19.

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Da una crisi all’altra

Dal clima al virus, andata e ritorno. Mentre globalmente i governi cercano di gestire la crisi sanitaria provocata dalla pandemia da Coronavirus, facendo tutto e il contrario di tutto, la peggior crisi economica di sempre o almeno degli ultimi cent’anni s’affaccia minacciosa, sempre di più, all’orizzonte. Una crisi che, come molti fanno giustamente notare, è figlia della fragilità di un modo di vivere – il nostro – francamente delirante.

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Chi vince tra cultura e natura?

Tra le voci critiche rispetto al divieto di andare a fare la spesa imposto agli over 65 dal Canton Ticino per frenare l’avanzata del coronavirus, c’è Pierre Rusconi, già consigliere nazionale, che non ha gradito affatto espressioni e toni usati per far passare il messaggio. Proprio come nel caso di quel "andate in letargo" usato dal comandante della polizia Matteo Cocchi.

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