È urgente un nuovo New Deal

Sarebbe auspicabile iniziare da subito a pensare a un nuovo modello di sviluppo che sia più solidale, sostenibile e inclusivo, dove al centro non ci sia la finanza ma l’individuo e la produzione di beni e servizi realmente necessari. Abbiamo la possibilità di trasformare questa esperienza negativa nella possibilità di un nuovo “rimbalzo in avanti” su basi diverse. Un nuovo “New Deal” dove al centro c’è l’individuo e non il capitale. Ma, soprattutto, è centrale poter disporre di un reddito minimo garantito affinché diventi possibile implementare un sistema economico sostenibile, basato sulla possibilità del singolo individuo di sviluppare le proprie potenzialità, indipendentemente dalla classe sociale.

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Forse…

Forse (questo virus) ci farà capire che non possiamo continuare a tagliare le spese pubbliche (tra cui quelle della sanità) perché bisogna assolutamente risparmiare affinché le risorse vadano alle imprese private che devono essere “competitive”. Perché poi, durante le pandemie, ci troviamo con scarsità di personale, di posti letto e di mezzi finanziari. I cinesi hanno costruito alcuni ospedali in una decina di giorni, noi non sembriamo in grado di farlo e non abbiamo (credo) nemmeno più gli ospedali dell’esercito che potrebbero essere utili nelle situazioni di emergenza, molto più utili dei nuovi aerei da combattimento.

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La classe media più pericolosa del virus

Ora i nodi di un modello che ha puntato tutto sulla finanziarizzazione stanno venendo al pettine. Un virus anomalo (ma per molti aspetti normale) sta mettendo in ginocchio il sistema economico mondiale basato su una circolazione assurda di merci, servizi e persone. In prospettiva di medio e lungo termine, il problema sta però nell’indebolimento della classe media che da sempre – perlomeno dalla consolidazione della rivoluzione industriale – è il pilastro sul quale poggia la crescita economica e sociale.

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Un Cantone sempre a rimorchio

Secondo i dati Ilo, il tasso di disoccupazione in Ticino è dell’8,1%, mentre a livello nazionale siamo al 4,6%. In Lombardia era a fine dicembre al 5.1%. I dati Svizzeri potrebbero sorprendere perché ogni mese ci propongono ben altre cifre: circa 2% a livello nazionale e 2,5% in Ticino. Dove sta la discrepanza? Semplice. I dati “ufficiali” pubblicati dalla Seco considerano solo gli iscritti agli uffici di disoccupazione e aventi diritti alla rendita, mentre i dati Ilo valutano (tramite campione) tutti coloro che sono alla ricerca di un lavoro. Come si vede le due statistiche hanno dimensioni ben diverse. In realtà sarebbe opportuno abbandonare i dati ingannevoli della Seco e passare a una metodologia in linea con i dati Ilo o dell’Ufficio europeo di statistica, perché i primi non fanno altro che mostrare solo una parte minima della realtà.

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Di occupazione, sottooccupazione e illusioni

Salvo errore mi sembra che nemmeno un politico di spicco abbia commentato i dati emersi dall’indagine (Rifos) sulla (dis)occupazione parziale. A livello nazionale 356mila persone dichiarano che vorrebbero lavorare di più, cioè incrementare la loro percentuale di occupazione. In Ticino questa situazione riguarda tre lavoratori su 10 o, detto altrimenti, 17mila lavoratori (il 30% in più rispetto al 2010).

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