Dahmer, il mostro dentro di noi

S’intitola “Dahmer – Mostro: la storia di Jeffrey Dahmer” la nuova serie del regista, sceneggiatore e produttore televisivo Ryan Murphy sul serial killer Jeffrey Dahmer. Murphy, noto per aver creato serie di grande successo, come “Nip/Tuck”, “Glee” e “American Horror Story”, stavolta Murphy s’è cimentato con uno dei generi che va per la maggiore, il true crime. E quel che ne è scaturito è una serie disturbante, carica di angoscia, ma che restituisce bene come, per anni, il mostro di Milwaukee, spesso ritratto come un cannibale pazzo capace di sfuggire magicamente alla polizia, non aveva affatto una mente criminale. La maggior parte delle persone intorno a lui sapeva perfettamente che stava facendo qualcosa di sbagliato. Ma poiché Dahmer prendeva di mira uomini gay di colore, e invece lui era un uomo bianco, quegli infiniti avvertimenti sono stati semplicemente ignorati. 

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Undici & Co, delusioni dal Sottosopra

Con il quarto capitolo di Stranger Things eccoci finalmente di ritorno nella cara e vecchia Hawkins, famosa per essere diventata l’immaginaria cittadina dell’Indiana, in cui si svolgono le vicende della serie mistery-horror-fantastica targata Netflix ambientata negli anni Ottanta. Eppure, malgrado Stranger Things 4 sia stata la stagione più vista in assoluto, è risultata anche la meno amata dalla critica che non ha gradito parecchie delle scelte narrative, a partire dal cattivone di turno. (Seguono spoiler, occhio!)

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La paura fa Dario Argento

L’uccello dalle piume di cristallo. Il gatto a nove code. Quattro mosche di velluto grigio. Suspiria. Profondo Rosso. Tenebre. Phenomena. Dario Argento e il suo cinema tornano a far parlare di sé dato che si è da poco inaugurata a Torino una mostra-evento a lui dedicata dal titolo The Exibit che si potrà visitare fino al 16 gennaio del 2023. Con immagini dei suoi set, bozzetti originali, oggetti di scena e tanto altro ancora, al Museo del Cinema di Torino, si celebra il genio di colui che è considerato un maestro del brivido, dell’horror e del sangue. Un regista che, con i suoi film, è stato capace di alimentare le nostre paura come nessun altro. “Se non ci fosse paura, non ci sarebbe vita”, dice – non a caso – Dario Argento.

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Addio Monica, Vitti l’eterna

Se ne è andata Monica Vitti, musa dei drammi borghesi di Michelangelo Antonioni e gigantessa della stagione più feconda della commedia all’italiana. Lo scorso novembre aveva compiuto novanta anni e da tempo la crudele malattia che spazza via la bellezza della memoria le aveva consegnato uno stato di oblio, schermando le luci dei riflettori dentro le pieghe del limbo del passato sottratto.

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Arancia meccanica, qui e ora

Era il 19 dicembre del 1971, quando a New York venne proiettato in anteprima il nono film di Stanley Kubrick. Per la verità non fu una serata memorabile. Il pubblico accolse tiepidamente la pellicola, tanto da indurre Kubrick e la Warner Bros a rimandare di qualche mese l’uscita nel resto del mondo. Eppure, a cinquant’anni di distanza, questo gioiellino del regista statunitense conserva intatta tutta la sua potenza e la capacità di restituirci un mondo in cui la violenza è, sì, il pane quotidiano di Alex e dei suoi drughi, ma anche uno dei pilastri sui cui si poggia la società. E rimane una metafora quanto mai attuale del presente.

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Squid Game, vinci tutto o muori

Squid Game e la serie televisiva sudcoreana di cui tutti parlano, scrivono e, come al solito, non sono mancate neppure le polemiche. Le polemiche riguardano la violenza, al limite dello splatter, che contraddistingue l’intera serie accostata ai giochi per bambini nei quali, centinaia di individui a corto di denaro che ricevono uno strano invito, si cimentano per vincere il montepremi in denaro che li aspetta alla fine del gioco. Intanto però, tutti quelli che perdono finiscono dritti dritti al Creatore. Al di là del realtà distopica rappresentata, nel mondo rappresentato in Squid Game, in molti ci letto un’allegoria del capitalismo. Su come oggi stanno davvero le cose. E non solo in Corea del Sud.

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