Squid Game, vinci tutto o muori

Squid Game e la serie televisiva sudcoreana di cui tutti parlano, scrivono e, come al solito, non sono mancate neppure le polemiche. Le polemiche riguardano la violenza, al limite dello splatter, che contraddistingue l’intera serie accostata ai giochi per bambini nei quali, centinaia di individui a corto di denaro che ricevono uno strano invito, si cimentano per vincere il montepremi in denaro che li aspetta alla fine del gioco. Intanto però, tutti quelli che perdono finiscono dritti dritti al Creatore. Al di là del realtà distopica rappresentata, nel mondo rappresentato in Squid Game, in molti ci letto un’allegoria del capitalismo. Su come oggi stanno davvero le cose. E non solo in Corea del Sud.

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Squid Game:un mondo oltre i sottotitoli

Sulla popolarissima piattaforma di streaming video Netflix, nella sezione “più visti”, da un mesetto campeggia una serie chiamata “Squid Game”. La serie non è popolare solo in Svizzera: gode di quel primo posto nella sezione con i titoli più guardati in almeno 90 nazioni, e i portavoce di Netflix hanno fatto sapere che molto presto “Squid Game” sarà il programma Netflix più visto in assoluto.

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C’era una volta “Generazione 56K”

Per prima cosa va detto che “Generazione 56k” è davvero una gran bella sorpresa. La serie Netflix ideata e co-sceneggiata da Francesco Ebbasta, uno dei fondatori dei The Jackal, il gruppo che ha fatto della comicità intelligente e dell’ironia la propria carta vincente sul web, diverte ed emoziona, raccontandoci di quella generazione di adolescenti che, a metà degli anni Novanta, scoprì internet. “Generazione 56k” è però una serie a sé stante che con lo sciacallo ha poco a che spartire.

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Zero e la Milano che non ti aspetti

Otto episodi di poco meno di mezz’ora. Sono i capitoli che compongono la prima attesa stagione della nuova serie Netflix tutta italiana che da qualche settimana sta spopolando sulla piattaforma streaming. Il protagonista è Omar, il cui soprannome è Zero. Timido e riservato. È il Paperino di questa storia. È un ragazzo di colore, di origini senegalesi, che come tanti ragazzi della sua età la sera consegna pizze a domicilio per metter da parte un po’ di soldi.

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SanPa, quando l’eroina era la vita

Vincenzo Muccioli. Fu a capo della comunità di recupero dalle tossicodipendenze più grande d’Europa. La comunità di San Patrignano. Il patrigno fatto santo per essere stato capace, con i suoi metodi, su cui torneremo fra poco, di strappare migliaia e migliaia di giovani dalla morte. Dall’overdose. Vincenzo Muccioli. Un omone uscito da un film di Fellini. Muccioli che ricevette le avances della politica del suo tempo. Un eroe. Di più, un santo. Eppure mai personaggio fu più controverso.

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Il caleidoscopico mondo dei viaggi nel tempo

In parole povere, Dark è il brillante risultato di uno storytelling non-lineare (con cui altri film come “The Millionaire” hanno già sperimentato, spesso con risultati ottimi al box office) del mistero e dell’horror. Horror che grazie al cielo non si basa su spaventi improvvisi o immagini disgustose e truculente. Dark fonda la sua componente horror sulla creazione a regola d’arte d’atmosfere tristi, angoscianti e apocalittiche senza calcare la mano su scene terrificanti. Crea un’atmosfera unicamente attraverso la storia e il modo in cui è raccontata, guadagnandosi appieno l’appellativo di “dark”, traducibile semplicemente in “buio, oscuro”.

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