Un’estate a chilometro zero

Pensando alle vacanze estive di quest’anno, almeno apparentemente, la prospettiva non è delle più rosee. Per molti di noi le ferie saranno casalinghe o quasi, visto che ancora serpeggia una certa ansia da contagio e le autorità continuano a ripeterci che il virus c’è esattamente come c’era prima.

Così la più abbordabile e sicura rimane la vacanza a chilometro zero. Pur di andare in vacanza, va bene anche andarci per pochi giorni e vicino a casa, scegliendo in tutta tranquillità la Svizzera italiana.

“Vivere momenti unici e viaggiare in sicurezza allo stesso tempo - l'uno non esclude l'altro. Le vacanze in Ticino sono di nuovo una realtà possibile…”, ci suggerisce il portale turistico www.ticino.ch

Insomma, quest’estate l’alternativa è d’obbligo e chissà che questo dover fare di necessità virtù non ci porti a ripensare l’offerta, in una chiave più sostenibile e di maggiore qualità, e a noi turisti-viaggiatori ci faccia finalmente vivere una vacanza alla scoperta di destinazioni “minori” sì, ma egualmente belle, ricche di storia, natura e cultura, di cui la nostra regione è comunque ricca.

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L’appello di Beyoncé

Cantautrice, ballerina, attrice ma anche imprenditrice. Beyoncé Knowles-Carter, classe 1981, nel corso della sua folgorante carriera si è aggiudicata ben 24 Grammy Awards, 19 dei quali da solista. Un successo che ha fatto di lei la regina incontrastata dell’R&B.

Gli esordi sono al fianco delle Destiny’s Child, anche se il vero successo arriva nel 2003 quando deciderà di lanciarsi nell’avventura da solista sfornando un capolavoro intitolato “Dangerously in Love”, il suo disco d’esordio che contiene anche alcuni dei suoi più grandi successi.

“Vi incoraggio a continuare nella vostra azione, a continuare il cambiamento per smantellare un sistema ingiusto e iniquo. Ora abbiamo un’altra cosa da fare, votare”. Così Beyoncé ha dedicato a chi “ci sta ispirando, marciando e lottando per il cambiamento” nelle proteste contro il razzismo e la violenza della polizia il premio Bet che le è stato consegnato di recente, in una cerimonia virtuale, dall’ex first lady Michelle Obama.

"Votate per smantellare il razzismo" ha detto l’artista rivolgendosi agli americani per mandare a casa, a novembre, Donald Trump.

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La disperazione in fiamme

Una persona si è data fuoco davanti a Palazzo federale.

Una torcia umana che per qualche interminabile istante ha scalfito il grigiore e l’ordine, la compostezza del cuore della politica svizzera. La tragedia si è consumata durante una manifestazione di protesta contro i centri destinati al rientro di richiedenti asilo che dopo mesi di incertezza si sono visti negare lo statuto di rifugiato, cancellando così quel briciolo di speranza che ancora nutrivano nei confronti del futuro.

Ad aver abbracciato la disperazione e la rabbia e ad aver dato loro fuoco è stato un richiedente respinto di nazionalità iraniana che vive proprio in uno di questi centri nel Canton Berna.

A causa delle ustioni l’uomo è stato trasportato d’urgenza in ospedale. Si salverà, ma la sua vita non sarà più quella di prima e a pensarci bene, forse, nemmeno la nostra.

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Gli Yakuti, un popolo liquefatto

La Yakutia, con il suo milione di abitanti e ventimila renne, è una regione paragonabile a un mare bianco che si estende nella Siberia nord-orientale. Con temperature che possono arrivare fino a -60°C. Eppure la terra degli Yakuti è una terra ricca di preziose materie prime. Oro, petrolio, carbone e soprattutto diamanti, di cui è la prima produttrice al mondo con un quarto delle estrazioni globali.

Un luogo ancora oggi estremamente ricco, forse perché, proprio come sostengono gli Yakuti: “quando Dio ha sorvolato la Yakutia un giorno d’inverno, le sue mani si sono congelate e ha lasciato cadere tutti i suoi tesori”. E l’inverno lì dura dodici mesi anche se purtroppo, in maniera inesorabile e inarrestabile, il surriscaldamento globale si fa sentire sempre di più. La situazione peggiora di giorno in giorno.

Così, da coloro che hanno fatto di tutto per vivere in armonia con la natura, non certo cercando di sottometterla, i cambiamenti climatici sono innanzitutto percepiti come un segnale d’allarme inequivocabile. “Siamo padroni del nostro territorio ma – ammonisce un eremita della taiga – non possiamo controllare la natura, che riconquista sempre i suoi diritti”. Prima che la lastra di ghiaccio si faccia sempre più sottile, rischiando di spezzarsi sotto il peso della nostra ignoranza, prendiamo anche noi esempio da loro. Facciamolo, prima che pure gli Yakuti si siano liquefatti per sempre.

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Una lingua “a portata di mano”

Può esistere una lingua dei segni condivisibile in tutto il mondo e facile da apprendere? A quanto pare sì, si tratta di Uniwording (www.uniwording.com), una lingua dei segni universale pensata per tutti e per ogni età, capace di aggirare perfino le barriere linguistiche, frutto di un progetto nato nel 2012 nella Svizzera italiana.

“Un giorno, uscendo dalla funicolare di Lugano, mi è capitato di notare davanti a me due ragazze che chiacchieravano fra loro molto vivacemente. Sembrava una conversazione coinvolgente per entrambe, eppure, sebbene io fossi soltanto a pochi passi da loro, non sentivo nulla.

Poi ho capito, anzi ho visto. Le due giovani, sorde, stavano usando i segni della loro lingua. Vederle ‘parlare con le mani’, con quell’armonia e quella naturalezza, era emozionante, per me. Per loro, la normalità.

L’idea è nata in quel preciso momento: poter comunicare con i segni, potrebbe un giorno diventare una possibilità per tutti?

In un futuro prossimo saremo capaci di rendere più sottili le distanze linguistiche con l’aiuto di una lingua dei segni condivisa, facile da apprendere, utile ed empatica.”

È esattamente questo l’obiettivo che si posta Mirella De Paris, già giornalista radiofonica della RSI, oggi presidente dell’Associazione Uniwording.

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Non dire gatto, non nel piatto

Non dire gatto, ma nemmeno cane. Eppure, il Festival cinese di Yulin, la fiera della carne canina, si è tenuta anche quest’anno tra il 21 e il 30 giugno. Con macellazione e consumo di filetti, cosciotti e costine del nostro fedele amico Fido, nonostante la sua esclusione dalla lista degli animali commestibili, pubblicata dal ministero dell'agricoltura cinese ad aprile.

La tradizione l’ha spuntata, ancora una volta, sulle normative vigenti. In Italia, come pure negli Stati Uniti, c’è il carcere per chi consuma carne di cane. Ma la questione non si pone soltanto pensando ai nostri amici a quattro zampe. Una sostanziale diminuzione della cane nella nostra alimentazione di tutti i giorni ha una funzione protettiva contro l’azione dei radicali liberi. Chi segue un’alimentazione ricca di vegetali corre un rischio inferiore di ammalarsi e può sperare di vivere più a lungo. Eppure al richiamo della carne sembra difficile resistere.

C’è chi dice che mangiare carne è un omicidio premeditato e digerirla è occultamento di cadavere. “Quella che chiamiamo eufemisticamente carne sono in verità pezzi di cadaveri, di animali morti, morti ammazzati. Perché fare del proprio stomaco un cimitero?”, si chiedeva Tiziano Terzani. “Auschwitz inizia quando si guarda a un mattatoio e si pensa: sono soltanto animali.” Sosteneva il filosofo tedesco Theodor Adorno.

Ora, che voi siate o meno vegani o vegetariani, non è questo il punto. Ma casomai capire come sia possibile che certi animali siano prelibatezze qui, e immangiabili altrove. Qual è la regola? Come decidiamo quale debba essere l’animale degno di finire nel nostro piatto?

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Propaganda in Sol minore

Da sempre la musica è stata espressione della voce popolare, una voce che spesso era inascoltata o peggio veniva soffocata, ma che trovava proprio nella musica e nella canzone politica il canale per poter gridare a squarciagola i propri ideali, cristallizzando in poesia emozioni e sentimenti.

Canzoni, che anche a distanza di anni, continuano a vivere nella memoria collettiva. Da “Blowin’ in the wind” di Bob Dylan ad “Andare, camminare, lavorare” di Piero Ciampi passando per un evergreen tornato di gran moda come lo è diventata “Bella Ciao” grazie al successo planetario de “La Casa de Papel”.

Canzoni politiche, di protesta o addirittura di propaganda, all’insaputa dello stesso interessato, come nel caso del brano “I Won’t Back Down” del defunto cantautore americano Tom Petty usata ad arte nel suo ultimo disastroso comizio tenutosi in Oklahoma. “Tom non avrebbe voluto che questa canzone fosse usata per una campagna d’odio”, ha detto la famiglia del cantante.

Perché, come scriveva Stephen King, nulla apre gli occhi della memoria come una canzone.

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Via col razzismo?

Negli Stati Uniti, la piattaforma di streaming Hbo Max ha rimosso “Via col vento” dal suo catalogo.

I timori per le proteste anche violente scatenate dall’omicidio di George Floyd hanno fatto sì che, sotto i colpi della mannaia del “politically correct”, ci finisse pure il film kolossal diretto da Victor Fleming e indicato da Donald Trump come un autentico modello del cinema americano. Infatti, in occasione dell’attribuzione dell’Oscar come miglior film al sudcoreano “Parasite”, il presidente americano aveva polemicamente dichiarato: “È tempo di tornare ai classici dell’epoca d’oro di Hollywood. Possiamo tornare per favore a Via col vento? Ci ridate Via col vento, per favore?”.

Una richiesta che, non solo non è stata accolta, ma ha visto la cancellazione della pellicola. “È il prodotto del suo tempo e dipinge alcuni dei pregiudizi etnici e razziali che sono diventati, sfortunatamente, comuni nella società americana”, si legge in una nota con la quale è stata annunciata la decisione.

Ambientata nelle piantagioni di Tara e ad Atlanta durante e dopo la guerra di secessione che porterà all’abolizione della schiavitù, la travagliata storia d’amore e il tira e molla tra Rossella O’Hara (Vivien Leigh) e Rhett Butler (Clark Gable) ha fatto definitivamente il suo tempo, spazzata via dal vento della protesta antirazzista.

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Cover 2, la vendetta

Torniamo a occuparci di rivisitazioni musicali, di canzoni reinterpretate ad arte. Ma la vera domanda è: chi di cover ferisce di cover perisce? No. Anzi. Non c’è gruppo o cantante che non ne abbia una in repertorio. Lì pronta da tirare fuori dalla manica, da sfoggiare come se fosse un talismano o un cornino portafortuna. Eppure, salvo qualche rara eccezione, i rifacimenti dei grandi successi altrui sono soltanto polaroid sbiadite della composizione originale. Non di rado un piccolo grande crimine che grida solo vendetta. Piacevoli come un gessetto quando stride sulla lavagna.

Un inutile esercizio solipsistico che s’infilerà nella vostra testa, magari per rimanerci. Un’ipotesi da brividi che non è purtroppo da escludere. Del resto se è successo a tutti noi con Chihuahua, il tormentone estivo di qualche anno fa partorito dalla mente criminale di DJ BoBo, perché non dovrebbe capitare di nuovo con qualche strano mostro musicale creato in laboratorio?

Forse anche per questa ragione l’inglese to cover corrisponde all’italiano “coprire”. Perché certe vergogne vanno davvero coperte, sepolte. Rispedite all’inferno da cui sono state partorite. Pensate che si tratti di un’esagerazione? A voi giudicare.

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Non c’è cover che tenga!

Sarà capitato anche a voi di avere una musica in testa, di aver ascoltato una canzone pensando che si trattasse di una composizione originale e invece no, era una cover. Cioè il rifacimento, la reinterpretazione di un brano del passato, il più delle volte finito nel dimenticatoio, se non addirittura assolutamente sconosciuto. La cover può così risultare come un nobile omaggio nei confronti di un artista dal repertorio ormai “impolverato”, oppure ancora come una mera operazione commerciale.

Ma talvolta, ahimé, la cosa può davvero sfuggire di mano e sfociare nel peccato grave se non addirittura in un crimine punibile penalmente. Canzoni che, quando vengono tradotte in italiano, si rivelano come il peggior insulto alla lingua di Dante e alla poesia, oltre che un abuso della composizione originale. Un’inutile violenza ai danni delle nostre orecchie e del buongusto.

Forse anche per questa ragione l’inglese to cover corrisponde all’italiano “coprire”. Perché utilizzare questo verbo per riferirsi alla riproposizione di un brano già edito? Forse perché certe vergogne vanno davvero coperte, sepolte. Rispedite all’inferno da cui sono state partorite. Pensate che si tratti di un’esagerazione? A voi giudicare.

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